Fast Fashion: i vestiti dell’uomo bianco morto

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Lo sapevi che ad Accra, capitale del Ghana, gli abiti di seconda mano provenienti dai paesi industrializzati vengono chiamati “i vestiti dell’uomo bianco morto”? Solo dando via l’intero guardaroba di una persona deceduta, con indumenti accumulati nel corso di una vita, il popolo di Accra riesce a giustificare i 15 milioni di capi a settimana che giungono all’immenso mercato di Katamanto. Di questi, più del 40% non possono essere utilizzati per la qualità troppo bassa e finiscono per alimentare il cumulo di Krole, una montagna di poliestere che si erge lungo la laguna Ghanese.

E se ti dicessi che in realtà solo il 13% degli abiti dismessi finisce nei mercati e l’87% finisce in discarica o bruciato? Questa abnorme quantità di abiti è il frutto di un modello capitalistico del mondo tessile definito Fast Fashion. Si tratta di un modello in crescita esponenziale che ha un impatto sociale ed ambientale devastante.

Vediamo cos’è il Fast Fashion e quali sono le conseguenze del fenomeno.

Indice

  • Fast Fashion: cos’è la moda veloce?
  • L’evoluzione del Fast Fashion
    • Zara e la nascita del fast fashion
  • L’impatto del fast fashion
  • L’impatto sociale del fast fashion
    • Made in Oriente: una promessa di sfruttamento
    • Bangladesh Accord: un piccolo passo per l’umanità del fast fashion
    • Shein: il fenomeno dell’ultra fast fashion
      • Shein Untold: inside the Shein Machine: l’inchiesta shock
  • L’impatto ambientale del fast fashion
    • Impatto ambientale del ciclo produttivo: qualche dato
    • Impatto ambientale del ciclo di smaltimento
  • La Strategia Europea
  • Conclusioni

Fast Fashion: cos’è la moda veloce?

giacche prodotte in serie fast fashion

La traduzione letterale di Fast Fashion è Moda Veloce. Viene definita in questo modo la capacità di alcune aziende di immettere sul mercato capi d’abbigliamento di tendenza in tempi molto brevi, a prezzi bassi. Infatti, mentre un tempo tra l’individuazione della tendenza, la selezione delle materie prime e la vendita dell’abito in negozio potevano passare anche due anni, oggi questo ciclo si è ridotto a poche settimane. Spesso anche meno.

In effetti la velocità caratterizza molti aspetti della moda: sono veloci i cambiamenti dei trend, quindi è veloce la produzione dei capi d’abbigliamento e la loro consegna. Veloce è la nostra decisione nell’acquistare un capo, dato il prezzo conveniente. Non di rado siamo molto veloci anche a buttarlo, considerandolo vecchio e sostituibile dopo averlo sfoggiato pochissime volte, influenzati come siamo dalle continue nuove proposte del mercato.

Ma come siamo passati dalle 4 tradizionali collezioni stagionali annue alle 52 micro-stagioni annuali? Cioè una collezione nuova alla settimana e più, come denunciato dalla giornalista Elizabeth Cline nel suo saggio “Overdressed: the shockingly high cost of cheap fashion”.

L’evoluzione del fast fashion

zara e la nascita del fast fashion

Ad utilizzare per la prima volta il termine Fast Fashion sarà la giornalista Anne-Marie Schiro in un articolo pubblicato sul Ney York Times il 31 Dicembre del 1989. Nel commentare l‘apertura del primo store Zara International della Grande Mela, la Schiro riportò l‘attenzione sulla velocità che caratterizzava l’asset produttivo dell’azienda spagnola. Nuove collezioni dalla Spagna arrivavano ogni settimana ed il tempo che intercorreva tra la formulazione dell’idea e la vendita del capo in negozio era di sole due settimane.

La Moda veloce è stata però il frutto di un’evoluzione economico-sociale cominciata con gli Slop Shop del 1600. Negozi in cui lavoratori meno abbienti potevano trovare tenute da lavoro a basso costo preconfezionate o usate.

La rivoluzione industriale nell’800, con l’introduzione delle macchine tessili, ha ammortizzato i costi della manodopera e incrementato la produzione di abiti per stock di taglie. Si tratta di capi destinati principalmente alla classe borghese: i ricchi continuano a rivolgersi ai sarti e i poveri a cucirsi da soli i propri indumenti.

Il target si amplia solo nel secondo dopoguerra quando i governi razionano le stoffe e le aziende sono costrette a produrre capi essenziali, con materiali nuovi e più economici. Così abbassarono ulteriormente i costi degli abiti e diffusero l’idea che era possibile comperare indumenti preconfezionati ad una più grande fetta di popolazione. Raccogliendo questa esigenza, sorgono alcuni dei brand oggi più conosciuti come H&M, Primark e Zara.

Zara e la nascita del fast fashion

Sarà proprio il fondatore di Zara, Amancio Ortega, a sancire definitivamente la nascita di un nuovo modello di business con la creazione agli inizi degli anni ’80 della holding Inditex di cui fanno parte aziende come Pull&Bear, Bershka e Stradivarius.

La crescente competizione tra i brand e la comunicazione di massa hanno reso gli asset di produzione sempre più improntati alla velocità e al ribasso dei prezzi. Fare shopping è divenuto facile quanto fare la spesa. La moda è democratizzata ma a quale prezzo? Il quesito è più calzante che mai.

L’impatto del fast fashion

Impatto ambientale del ciclo di smaltimento del fast fashion

Si compra per noia, si compra per imitazione, si compra per soddisfare un egoico bisogno di apparenza, si compra perché fa figo, si compra per un sacco di motivi ma quasi mai si compra per necessità. Su questa nuova psicologia di massa si muove il gioco del Fast Fashion. Un gioco che ha funzionato alla perfezione perché si consumano vestiti ad un ritmo triplo rispetto al 1975, il 40% in più rispetto agli anni ’90. Ciò ha comportato una sovrapproduzione di capi d’abbigliamento che il nostro pianeta e la nostra società non riesce a sostenere. Secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente, produciamo più di 100 milioni di tonnellate di fibre tessili all’anno. La sovrapproduzione è la radice del cancro generato dal sistema del fast fashion.

Il fatto è che se per pensare, produrre e spedire in negozio una nuova collezione ci devi mettere in tutto 7 giorni hai bisogno di tanti operai e di materiale da lavorare facilmente reperibile. Se poi la collezione deve anche costare poco ma non deve intaccare il margine di guadagno dell’azienda, va da sé che avremo operai sottopagati e materiale economico e di bassa qualità, quindi difficilmente degradabile.

Quando compriamo una maglietta a 9,99 Euro stiamo pagando un caro prezzo in termini sociali ed ambientali. Vediamo perchè.

L’impatto sociale del fast fashion

Tutti noi abbiamo nell’armadio vestiti con etichette Made in Bangladesh, Made in China o Made in India. Non siamo delle cattive persone, viviamo solo nella parte di mondo giusta, quella che consuma. Nell’altra parte di mondo ci sono le apine operaie che tengono su l’intera struttura dell’industria tessile.

Per abbassare i costi della manodopera le multinazionali adottano lo strumento della delocalizzazione dei sistemi di produzione. Appaltando lavoro tessile a fabbriche dislocate in paesi più poveri, sfruttano di fatti quella povertà a proprio vantaggio. Questa manovra di mercato ha una portata enorme considerati i numeri che ruotano attorno al business della moda veloce.

Quello tessile è infatti uno dei settori con la più alta densità di manodopera al mondo. Nello scioccante documentario The True Cost, diretto dal regista Americano Andrew Morgan, viene stimato che 1 persona su 6 sulla Terra lavori da qualche parte nell’industria globale della moda. Queste persone, per lo più donne ma anche uomini, ragazzi e bambini, fanno parte di un mondo in cui non esistono diritti per i lavoratori ma solo sudore.

Made in Oriente: una promessa di sfruttamento

Il crollo di Rana del Plaza

The Sweat Shop, letteralmente fabbriche del sudore, è il nome simbolico con cui vengono indicate queste aziende tessili. Edifici pericolanti, privi di autorizzazioni necessarie e impianti di sicurezza, sovraffollati e sporchi. Luoghi d’infelicità fatti di turni di lavoro estenuanti, che possono arrivare anche a 18 ore al giorno, per una manciata di dollari al mese senza alcuna tutela per la propria salute.

Una violazione continua dei diritti umani passata inosservata fino all’evento catastrofico del 24 Aprile 2013 quando a Dacca, in Bangladesh, crolla la fabbrica tessile Rana del Plaza per un totale di 1134 morti e 2500 feriti. Nella video-inchiesta di Andrew Morgan viene raccontato che i dipendenti lamentavano da tempo la propria preoccupazione per le condizioni strutturali dell’edificio. I proprietari, per non perdere le commissioni, minacciavano costantemente i lavoratori affinché svolgessero il proprio compito e si presentassero sul posto di lavoro.

Bangladesh Accord: un piccolo passo per l’umanità del fast fashion

Manifestazioni contro lo sfruttamento nelle fabbriche tessili

Il triste episodio del Rana de Plaza ha posto molti brand di fronte alle proprie responsabilità grazie alla stipulazione del Bangladesh Accord, che ha permesso il miglioramento della sicurezza delle fabbriche di abbigliamento bengalesi. L’accordo è stato riconfermato nel 2021 e grazie alle pressioni degli attivisti e delle ONG è stato esteso anche ad altri paesi.

Un passo avanti importante ma tanto c’è ancora da fare. Anzitutto non sono migliorate le paghe salariali delle industrie tessili bengalesi che rimangono ben al di sotto del living wage, cioè di un salario dignitoso. Secondo Maxine Bèdat, la fondatrice del ThinkTank New Standard Institute, che si occupa di monitorare i dati relativi al ciclo di vita di un indumento, il living wage potrebbe essere raggiunto con un semplice rincaro di 17 centesimi su un capo venduto a 25 dollari.

Inoltre, mentre si cercano di aggiustare le cose in Bangladesh, ecco comparire un nuovo ago al ribasso perfetto per gli interessi delle multinazionali: la Turchia. Grazie al duro lavoro di profughi siriani sottopagati e spesso minorenni la Turchia ha esportato in Europa 5 miliardi e mezzo di capi d’abbigliamento secondo l’Istituto Francese della Moda, piazzandosi addirittura al terzo posto dopo il Bangladesh.

A mantenere la prima posizione è la Cina, con i suoi 11 miliardi di euro registrati per esportazione di capi in Europa. Un colosso dietro al quale si nasconde un marchio che nel giro di pochi anni, non solo ha conquistato il podio del Fast Fashion ma, per i suoi ritmi di produzione lo ha fatto evolvere ad Ultra Fast Fashion. Stiamo parlando di Shein.

Shein: il fenomeno dell’ultra fast fashion

shopping on line e ultra fast fashion

Fondata a Nanchino nel 2008, la multinazionale Shein ha visto negli ultimi anni, grazie all’esplosione degli e-commerce, un tasso di crescita del valore delle vendite pari al 100%. Secondo il Wall Street Journal  l’e-commerce di Shein avrebbe una valutazione di mercato superiore alla somma complessiva dei maggiori marchi di fast fashion internazionali, come H&M e l’intero gruppo Inditex, con un patrimonio di 100 miliardi di dollari.

Tutto ciò senza alcun negozio fisico, l’intero negozio è completamente on-line. Shein si è aggiudicata l’appellativo di azienda di ultra fast fashion riuscendo a proporre una nuova collezione ogni 3 giorni grazie al modello del just in time o anche definito test and reapet. Per testare la domanda ed evitare gli scarti da inventario, l’azienda produce piccoli stock di nuovi modelli promuovendoli per un tempo limitato. Attraverso un massivo uso della pubblicità sui social media e facendo leva sul sentimento di urgenza, stimola l’interesse degli utenti ad un ritmo frenetico invogliandoli di continuo all’acquisto.

Shein Untold: inside the Shein Machine: l’inchiesta shock

L‘inchiesta Shein Untold: inside the Shein Machine, condotta dalla rete televisiva britannica Channel 4, mostra le sconcertanti verità dietro gli esorbitanti numeri di Shein. Dalle registrazioni audio e video effettuate da un giornalista infiltrato all’interno di due fabbriche di Shein a Guangzhou, si scopre che gli impiegati sono costretti a lavorare anche 18 ore al giorno. Tant’è che alcune operaie sono state riprese a lavarsi i capelli in fabbrica durante la pausa pranzo. Viene concesso un solo giorno di riposo al mese per un salario di 4000 yuan mensili, circa 540 euro. Il primo salario è trattenuto dall’azienda ed ogni lavoratore deve produrre almeno 500 capi al giorno. Nella fabbrica in cui i lavoratori sono pagati a pezzo prodotto, ricevono 40 centesimi per ogni capo. Al primo errore vengono trattenuti i due terzi della paga giornaliera.

Shein viene definita nell’inchiesta di Amrani “L’industria del fast fashion sotto steroidi”.

L’impatto ambientale del fast fashion

Impatto ambientale del fast fashion

Numeri grossi, guai grossi. Il frenetico ritmo produttivo della moda veloce comporta un costo ambientale molto alto. I problemi riguardano sia i processi di produzione che quelli di smaltimento.

Impatto ambientale del ciclo produttivo: qualche dato

Il sistema della delocalizzazione ha spostato la produzione in paesi con una legislazione carente in materia di sostenibilità. Paesi in cui non vengono effettuati i dovuti controlli perché facile eluderli attraverso la corruzione di chi è preposto a questo compito. Paesi in cui la tecnologia non è all’avanguardia e la transizione energetica non è un concetto comune. In molte fabbriche vengono utilizzati ancora macchinari tessili a carbone. Ciò significa che lo stesso vestito prodotto in Europa avrebbe un’impronta ecologica nettamente minore.

I report del Parlamento Europeo

Stando ai report del Parlamento Europeo:

Lo so, è sconcertante. Purtroppo siamo ancora a metà del problema. Dopo la produzione e l’utilizzo di un capo, arriva la delicatissima fase dello smaltimento.

Impatto ambientale del ciclo di smaltimento

Il deserto di Atacama

Il problema dello smaltimento è la mancanza di circolarità.

Sstando ai report della strategia europea per il tessile sostenibile e circolare, solamente nell’Unione Europea vengono scartati ogni anno 11 kg a persona tra vestiti e accessori. è chiaro che ammassare questa quantità di materiale non biodegradabile in discariche qualsiasi nel mondo possa essere un bel problema.

Purtroppo ad oggi solo l’1 % di tutto il tessile prodotto nel mondo viene riciclato. L’85% dei vestiti finisce in discarica creando mostruose montagne di materiale tessile. Quella del deserto cileno di Atacama, dove ogni anno finiscono circa 40.000 tonnellate di vestiti l’anno, ha assunto dimensioni tali da essere visibile dallo spazio.

Questi materiali gettati alla rinfusa in giro per il mondo finiscono per inquinare il suolo, essere mangiati dagli animali, inquinare bacini di acqua dolce con le proprie microplastiche. Nella peggiore delle ipotesi, per essere bruciati immettendo nell’atmosfera enormi quantità di anidride carbonica.

Spesso i roghi non sono accidentali e sono le stesse aziende produttrici ad appiccarli. Nel 2018 un’inchiesta del Wall Street Journal ha rivelato che nella maggior parte dei casi gli abiti invenduti vengono bruciati. Una pratica diffusa anche tra i brand di lusso per evitare che la merce invenduta finisca per essere svalutata negli outlet. Giusto per avere qualche dato quantitativo, la maison britannica Burberry avrebbe distrutto nel 2018, capi per 38 milioni di dollari.

La strategia Europea

La soluzione a cui puntano organizzazioni e governi è:

  • diminuire la produzione e il consumo di abbigliamento
  • attuare un ciclo di smaltimento circolare improntato al riuso e al riciclo

“L’UE deve obbligare legalmente i produttori e le grandi aziende di moda a operare in modo più sostenibile. Le persone e il pianeta sono più importanti dei profitti dell’industria tessile.”

Delara Burkhardt (relatrice principale sul rapporto sui tessili sostenibili – S&D, Germania)

Nel Marzo del 2022 la Commissione Europea ha presentato una nuova strategia, nell’ambito dell’Action plan per l’economia sostenibile già messo in essere nel 2020, per rendere i tessuti durevoli, riparabili, riciclabili e riutilizzabili.

Conclusioni

Uno dei lati peggiori di tutta questa storia è che la maggior parte dei problemi del fast fashion ricadono sulla parte povera del mondo sotto forma di sfruttamento o inquinamento. Non per alimentare la vostra eco-ansia ma la nostra pena, quella dell’Ovest del mondo, sarà pagata dai nostri figli e nipoti dato che il gioco del fast fashion, secondo le stime attuali, è destinato a crescere piuttosto che diminuire. Divulgare certi dati, prendere consapevolezza del problema ed agire di conseguenza e secondo coscienza è una responsabilità tutta nostra.

Sta a noi evitare che la dicitura i vestiti dell’uomo bianco morto assuma i caratteri di una profezia.

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