Guerra e ambiente: 6 Novembre Giornata internazionale per la prevenzione dello sfruttamento dell’ambiente nei conflitti armati

La guerra è distruttiva e distruggere è l’opposto di sostenere. La guerra, dunque, non è sostenibile perché non protegge la vita ma la offende brutalmente. Il massacro di esseri umani innocenti che essa comporta mette in secondo piano il fatto che la guerra non distrugge solo le persone ma anche l’ambiente in cui vivono. L’impatto ambientale dei conflitti armati contribuisce alla crisi climatica con effetti di lunga durata sulla salute e sull’ecosistema, influenzando anche la capacità di ricostruzione e ripresa post-bellica dei popoli offesi. Si tratta di un aspetto spesso trascurato dai media ma il danno all’ambiente è a tutti gli effetti un crimine di guerra.

Nel 2001 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha proclamato il 6 Novembre come la Giornata Internazionale per la prevenzione dello sfruttamento dell’ambiente in tempo di guerra.

In questo articolo analizzeremo il legame nascosto tra la guerra e l’ambiente, attraverso alcuni degli eventi più significativi dell’ultimo secolo.

Soldati americani in Vietnam
Soldati americani in Vietnam

Lo sfruttamento dell’ambiente in tempo di guerra

L’inquinamento può essere un effetto collaterale di un conflitto, è il caso di detriti e macerie che soffocano e contaminano il suolo. Ma l’essere umano ha da sempre utilizzato come strategia di guerra il cosiddetto sabotaggio ambientale. In maniera consapevole e strategica si provocano danni all’ecosistema per trarne un vantaggio sul proprio nemico. Tecniche tanto consolidate da aver compiuto il salto semantico necessario ad entrare nel linguaggio comune: è il caso della dicitura “fare terra bruciata”.

Insomma, in guerra e in amore tutto è lecito, l’importante è centrare l’obiettivo. Poco importa se per distruggere il tuo nemico devi abbattere foreste, inquinare pozzi e falde acquifere, appiccare incendi, disperdere gas nocivi nell’aria, usare armi batteriologiche e detonare bombe chimiche che ammazzano ogni forma di vita nel raggio di chilometri. Gli strascichi di questi soprusi continuano a gravare sulle persone, la flora e la fauna di un posto anche per decenni e con conseguenze talvolta irreversibili. Secondo un rapporto pubblicato su Nature nel 2003 l’utilizzo dell’Agent Orange da parte degli aerei Statunitensi sulle foreste e sulle paludi del Vietnam ha avuto effetto non solo sulle persone direttamente esposte all’agente chimico, ma anche sui loro discendenti causando malformazioni e tumori.

Aerei americani rilasciano agenti chimici sulle foreste del Vietnam

Guerra e ambiente: le ferite ancora aperte

Quando si spengono i riflettori mediatici puntati sul conflitto armato, si consuma all’ombra dell’opinione pubblica l’ostica battaglia delle comunità e dell’ambiente per il ritorno all’equilibrio.

Danneggiando l’ambiente e le risorse naturali di un territorio, la guerra mina anche la ripresa dei popoli offesi nonché la costruzione della pace postbellica. Ripristinare un equilibrio laddove le risorse necessarie al sostentamento della comunità sono state danneggiate in maniera irreversibile è molto difficile e alimenta tensioni.

Vediamo una breve lista di esempi delle più catastrofiche conseguenze con cui ancora oggi facciamo i conti. Non si tratta di una lista esaustiva dei conflitti e relativi danni connessi, che ha interessato e interessano il nostro mondo. L’obiettivo è quello di favorire il dibattito tematico sui danni più gravi e diffusi che i conflitti infliggono all’ambiente e alla biodiversità.

Guerra del Vietnam

Mappa del Vietnam del sud che mostra le zone militari e il grado di distruzione durante la
guerra del 1955-75. (Fonte: Westing A. H. A. H. Westing, “Environmental Consequences of the Second Indochina War: A Case Study”, 1975)

La Guerra del Vietnam (1955-1975) è stato il primo conflitto che ha permesso all’opinione pubblica di interrogarsi sull’impatto ambientale delle guerre. Il silvicoltore e professore di botanica Arthur H. Westing ha effettuato un’approfondita e documentata ricerca sul campo rispetto alle conseguenze ambientali degli interventi statunitensi in Vietnam disegnando uno scenario catastrofico.

Con 7 milioni di kg di esplosivi (munizioni, bombe ed altri strumenti), 148 mila ettari di crateri da impatto, 1,7 milioni di ettari di foreste trattati con agenti chimici e l’utilizzo di trattori agricoli usati per radere al suolo villaggi e foreste, l’ecosistema vegetale del paese è stato irrimediabilmente compromesso. Tutto ciò ha avuto un drammatico impatto sulla biodiversità con la distruzione di flora e fauna, contaminazione delle falde acquifere e l’accelerazione del processo di erosione del suolo rendendolo inadatto alla coltivazione.

Un impoverimento dell’ecosistema così totale richiede decenni per un ripristino naturale degli equilibri.

L’attacco ha riguardato 1/3 del paese amplificando gli effetti nelle zone colpite ma con danni effettivi che si estendono molto al di là di quest’area a causa delle particelle volanti.

La Guerra del Golfo

L’occupazione irachena del Kuwait (1990-91) ha causato quella che è stata definita dagli scienziati come uno dei peggiori disastri ambientali causati dall’uomo di tutti i tempi.

Dal febbraio del 1991 le truppe irachene hanno fatto esplodere, a intervalli di 15 minuti, la maggior parte dei pozzi petroliferi del Kuwait. Si stima siano stati rilasciati nell’ambiente oltre 60 milioni di barili di petrolio che avrebbero formato 246 laghi petroliferi per una estensione di 50 km2 e contaminando 40 milioni di tonnellate di terreno. Il vento ha trasportato i residui di petrolio bruciato su una superficie di 100 mila ettari. La contaminazione ha reso i terreni idrofobici e anaerobici, incapaci cioè di assorbire l’acqua ed ospitare le radici delle piante e l’impatto delle nuvole di petrolio ha avuto effetti distruttivi sulla vegetazione esistente.

Le conseguenze ecologiche a lungo termine di questa contaminazione profonda di suolo, acqua e aria non sono ancora del tutto chiare. Risulta evidente che l’abuso sconsiderato del territorio ha causato una crescita esponenziale dei tassi di inquinamento terrestre e che i tempi di ripristino saranno lunghissimi.

La campagna del Kosovo

Centrale elettrica incendiata

Il grande interesse mediatico per la guerra dei Balcani del 1999, ha fatto arrivare agli occhi dell’opinione pubblica la brutale offesa sociale e ambientale del conflitto. Le immagini di raffinerie di petrolio in fiamme, bombardamenti ad aree protette, sostanze chimiche sversate nel Danubio, spostamenti di massa dei rifugiati in fuga hanno convinto alla necessità di condannare la guerra anche per il catastrofico impatto sull’ambiente. Per la prima volta sono volate accuse di terrorismo ambientale da entrambe le parti coinvolte.

I bombardamenti hanno preso di mira complessi industriali comprendenti miniere, fonderie, depositi di petrolio e centrali elettriche. Si stima che 2.100 tonnellate di cloro etano si siano riversate sul suolo e nei canali di scolo, 460 tonnellate di vinil cloruro monomero siano bruciate nell’aria, diverse tonnellate di policloro bifenile si sono disperse sul territorio inquinando aria, suolo e acqua. Il fiume Morava e il Danubio continuano ancora a registrare tassi elevatissimi di inquinamento da metalli pesanti.

La ricerca conferma oggi che la campagna del Kosovo abbia provocato al Danubio danni di natura ambientale potenzialmente irreparabili. Inoltre, l’accumulo di sostanze tossiche è altamente cancerogeno per esseri umani ed animali. Una serie di malattie come leucemia e linfoma di Hodgkin, che hanno colpito civili e soldati rientrati da missioni internazionali, sono passate alla storia come “Sindrome dei Balcani”.

Guerra civile in Sudan

Secondo il rapporto Unep 2007, la lunghissima guerra civile in Sudan (1988-2005) tra il governo sudanese e l’esercito popolare di liberazione del Sudan durata 22 anni, ha avuto un impatto tremendo sull’ambiente con conseguenze politico-sociali di lungo periodo importanti.

L’impoverimento del suolo, la deforestazione, trasferimenti in massa della popolazione, sfruttamento eccessivo delle risorse naturali per esigenze belliche, ed altri aspetti potrebbero compromettere la sicurezza alimentare e lo sviluppo sostenibile, e quindi la pace per il paese.

L’Unep ha infatti ha messo in evidenza il duplice legame tra ambiente e conflitto. Se è vero che l’ambiente è spesso vittima della guerra è anche vero che la conflittualità può nascere proprio da questioni di natura ambientale. La concorrenza sul possesso delle risorse, lo sfruttamento agricolo del territorio insieme a tensioni politiche ed economiche rendono difficile l’identificazione di un compromesso stabile.

Campo profughi in Sudan
Un campo profughi in Sudan

Non solo il Sudan deve fare i conti con le conseguenze ambientali del conflitto, come le continue inondazioni, effetto della deforestazione del bacino superiore del Nilo azzurro, ma anche con gli spostamenti di massa della popolazione. Ammonta a 5 milioni il numero di sfollati interni e rifugiati internazionali del paese facendo del Sudan la nazione con la più grande popolazione di sfollati del mondo. I campi allestiti per i rifugiati sono estremamente degradati e la mancanza di controlli ha favorito la violazione di diritti umani e ambientali alimentando tensioni su un territorio con equilibri già molto instabili.

La guerra inquina anche quando non viene fatta

Costruire e sostenere forze militari richiede una enorme quantità di risorse. Pensiamo ai terreni necessari per la costruzione delle infrastrutture militari e all’energia per sostenerle, energia che deriva dal petrolio. Pensiamo poi ai materiali necessari alla costruzione di veicoli militari, aerei, navi e via dicendo e a quanto inquinamento dell’aria, del suolo nonché inquinamento acustico, comporta il loro utilizzo in addestramento. Durante le esercitazioni vengono anche lanciati ordigni esplosivi, missili, proiettili fino ad arrivare all’estrema fattispecie degli esperimenti atomici effettuati nell’oceano che hanno importanti effetti sugli habitat marini e la biodiversità.

Pare che gli eserciti siano responsabili del 5,5 % di tutte le emissioni di gas serra a livello globale. Per avere un termine di paragone, significa che le emissioni di CO2 dei più grandi eserciti sono maggiori di quelle di molti paesi del mondo messi insieme.

Soldato si esercita a sparare

Se vivere in un mondo senza eserciti può apparire utopico, è per esigenze reali che bisogna studiare modi più sostenibili di gestire le forze armate. Alla luce delle evidenze scientifiche è necessario portare la questione in sede di dibattito internazionale, dove fino ad oggi è stata trattata con superficialità.

L’impegno internazionale

Già nel 1949 il primo Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra proibisce l’uso di «metodi o mezzi di guerra che sono ideati con il fine di causare, o dai quali ci si possa aspettare che possano causare, danni estesi, durevoli e gravi per l’ambiente naturale». Da allora si è intervenuto più volte sul piano internazionale con una serie di strumenti giuridici. E’ il caso della Convenzione sul divieto di utilizzo di tecniche di alterazione dell’ambiente a fini militari o comunque ostili nel 1977 e la Convenzione sulle armi chimiche e la Convenzione sulla proibizione delle mine anti personali nel 1997.

Nonostante ciò, è mancato un sistema di meccanismi che permettesse l’applicazione di questi strumenti.

Solamente negli ultimi anni, con l’aggravarsi della questione climatica mondiale, il problema dell’impatto ambientale dei conflitti armati è stato affrontato con maggiore consapevolezza dal dibattito internazionale.

Nel 2020 la Croce Rossa ha pubblicato un aggiornamento alle linee guida per proteggere la natura durante i conflitti armati.

Nel 2021, 12 avvocati esperti di diritto internazionale, parte della coalizione Stop Ecocide International (SEI), hanno concordato la definizione giuridica di ecocidio. Rientrano nella definizione “atti illegali o arbitrari commessi nella consapevolezza di una sostanziale probabilità di causare un danno grave e diffuso o duraturo all’ambiente con tali atti”. Gli avvocati hanno chiesto che questo reato venga aggiunto al novero dei crimini di cui si occupa la Corte penale internazionale (come crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidi).

Mentre ancora si discute su questa possibilità, nel mondo si stanno combattendo più di 50 guerre.

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