La comunicazione non violenta: la rivoluzione gentile del linguaggio giraffa

La gentilezza è il nuovo rock and roll. C’è stato un tempo in cui essere rock significava ribellarsi all’ipocrisia del perbenismo. Al finto buonismo borghese di facciata si opponeva un atteggiamento brutalmente spontaneo. Il linguaggio, libero da orpelli mielosi, era considerato scandaloso, un’eccezione da censurare. Quale linguaggio parliamo oggi? Quello della performance. Siamo allenati a notare i difetti per ottimizzare un tempo che sembra non bastare mai. Abbiamo sviluppato un modo di esprimerci giudicante, diagnostico, abituato ad etichettare per sopravvivere. In un tempo come il nostro, votato al consumismo estremo, all’individualismo radicato, alla carriera a tutti i costi, la verità da conquistare è la propria dimensione umana. La controtendenza di una società in burn out è lo sviluppo della sola competenza che può salvarci: l’empatia. Il nuovo strumento della rivoluzione è la gentilezza. Piuttosto che analizzare i perché, voglio concentrarmi sul come. Un meraviglioso come è la pratica del linguaggio Giraffa teorizzato da Rosenberg, il padre della comunicazione non violenta.

Scopriamola insieme.

Giraffa simbolo del la comunicazione non violenta

Cosa c’entra la giraffa col linguaggio?

Erbivora e pacifica, la giraffa è l’animale col cuore più grande tra tutti i mammiferi. Il suo collo molto lungo le permettere di difendersi dai predatori e al contempo di avere una visione più ampia. Simbolo di empatia e visione a lungo termine, lo psicologo statunitense Marshall Rosenberg sceglie questo nobile animale come metafora per la definizione della CNV (Comunicazione Non Violenta).

Il linguaggio giraffa rappresenta una comunicazione empatica. I bisogni propri e dell’altro sono ascoltati in una dinamica relazionale che non pretende ed offende ma chiede ed accoglie. Un linguaggio gentile e rispettoso al quale si contrappone il “linguaggio sciacallo”. Quest’ultimo definisce la comunicazione a cui siamo abituati nel moderno mondo occidentale fatta di giudizio, sospetto, competizione, furbizia, violenza e gerarchia: tutti elementi tipici delle dinamiche degli sciacalli.

Perché è così difficile essere delle giraffe: le disfunzioni della nostra società

Coppia che litiga

La cattiva notizia è che la maggior parte di noi adotta il linguaggio sciacallo in maniera automatica, per educazione e per la cultura alla quale siamo esposti fin da bambini. La buona notizia è che, secondo Rosenberg, l’essere umano è naturalmente empatico e tutti gli esseri umani sono capaci di compassione. Basta lavorare su quelle che lui definisce disfunzioni sociali. Vediamo quali sono:

  • Il Giudizio di se stessi e degli altri. Si pone attenzione su ciò che non ci piace in noi e nelle persone con cui ci relazioniamo.
  • Il Paragone consiste nel mettere a confronto se stessi e gli altri per stabilire chi è più o meno bravo, meritevole ecc..
  • La non Responsabilità, o anche deresponsabilizzazione. Assegnando a qualcun altro la responsabilità di ciò che facciamo, giustifichiamo atteggiamenti e scelte adottate. Espressione tipica di questo comportamento è “L’ho dovuto fare…”
  • La Pretesa che siano sempre gli altri a dover sistemare le cose, chiedere scusa, cambiare condotta.

Da questi atteggiamenti non può che scaturire un linguaggio fatto di moralismi e imperativi. Chi adotta una comunicazione di questo tipo vuole prevaricare sull’altro, avere ragione a tutti costi con presunzione ed arroganza. Per dirla alla Rosenberg, è un linguaggio che divide ed alza muri tra noi e gli altri.

I pilastri della comunicazione non violenta

Attuare una comunicazione non violenta non vuol dire subire passivamente gli attacchi esterni. Significa esercitare la propria empatia per comprendere il messaggio del nostro interlocutore senza giudizio. Si tratta di un esercizio a doppio senso perché per comprendere ed accogliere i bisogni dell’altro bisogna anzitutto comprendere ed accettare se stessi e i propri bisogni. Sviluppare l’auto-empatia è il primo passo verso la costruzione di una relazione autentica.

Il seme della violenza nel mondo inizia nel modo in cui mi ascolto e ti ascolto, nel modo in cui mi penso e ti penso, nel modo in cui mi parlo e ti parlo. La comunicazione empatica ci aiuta a creare e a vivere la connessione che tanto desideriamo avere con noi stessi, con l’altro e con la vita.

Marshall Rosenberg

I pilastri della Comunicazione Non Violenta possono essere racchiusi in questo modo:

  • Auto-empatia: comunicare onestamente con noi stessi per comprendere i bisogni che sono alla base dei pensieri e di ciò che sentiamo.
  • Empatia: prestare ascolto al messaggio del nostro interlocutore per individuare i bisogni che sottendono la comunicazione.
  • Auto-espressione onesta: esprimersi in maniera onesta riguardo ciò che sentiamo rispetto al messaggio dell’altro ed avanzare il proprio bisogno.

Come faccio ad applicare la comunicazione non violenta?

Donna esercita l'auto empatia della comunicazione non violenta

Lo so, non è facile sradicare certe abitudini e talvolta non è facile nemmeno accorgersi di averle. L’autoanalisi è sempre un processo difficile e bisogna essere empatici e comprensivi anzitutto con noi stessi. Tutto si conquista con l’allenamento. Possiamo esercitarci nell’utilizzo del linguaggio Giraffa attraverso i 4 passaggi individuati da Rosenberg:

  • Osservazione dei fatti in maniera oggettiva: cercare di slegare il fatto in sé da ogni tipo di valutazione, come se si stesse analizzando una fotografia. Distinguere, quindi, il fatto dal giudizio.
  • Identificazione dei sentimenti: comprendere i sentimenti e le emozioni che i fatti osservati suscitano in noi. Non bisogna confondere i sentimenti con i pensieri. Bisogna mettersi in ascolto del nostro sentire, spesso fisico perché le emozioni si manifestano anche attraverso il corpo (mal di stomaco, pelle d’oca ecc…).
  • Riconoscimento dei bisogni: individuare quali sono i propri bisogni connessi ai sentimenti provati. Bisogna chiedersi quali desideri non sentiamo soddisfatti ponendo attenzione ai valori che sottendono i bisogni.
  • Formulazione delle richieste: avanzare richieste precise e autentiche sulla base dei bisogni intercettati in precedenza, senza lasciarci frenare dalla paura del rifiuto. Allo stesso tempo connettersi ai bisogni dell’altro per trovare una soluzione.

Un esempio per capire meglio

Torni a casa dopo una giornata di lavoro e i tuoi figli hanno messo a soqquadro la casa che adesso ti tocca rimettere a posto. Sei stressata e stanca e vorresti solo urlare ai tuoi ragazzi adolescenti che sono degli scansafatiche irresponsabili. Invece ti feri un attimo, respiri ed applichi i 4 passaggi della CVN.

1.Osservazione del fatto senza giudizio: i divani sono in disordine, i cuscini sono a terra e ci sono briciole e cartacce sul tavolo.

2.Riconoscere i propri sentimenti: quando torno da una giornata di lavoro sono stanca e trovare la casa in disordine mi rende frustrata e arrabbiata.

3.Individuare i propri bisogni: mi sento frustrata e arrabbiata perché sono stanca e vorrei riposare non mettermi a pulire.

4.Richiesta: Sareste d’accordo se quando sono a lavoro giocaste nelle vostre camere? Quando rientro da lavoro sono stanca e il disordine visivo mi fa sentire stressata. Che ne dite se dopo cena mi aiutaste a sistemare la vostra stanza così mi raccontate la giornata e passiamo del tempo insieme? (Proporre soluzione, spiegando i propri sentimenti, predispone l’altro alla comprensione e favorisce la trattativa sulle reciproche necessità).

Marshall Rosenberg

Le parole sono finestre, oppure muri.

Marshall Rosenberg

la comunicazione non violenta può contribuire alla sostenibilità sociale e davvero fare la differenza nella nostra vita e in quella degli altri.

Inoltre, imparare a disinnescare il giudizio ci rende liberi dal comportamento altrui, consapevoli che nessuno ha potere sulle nostre emozioni e quindi sulle nostre azioni, se non noi stessi. Cos’è più rock della libertà?

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